Il Fatto Quotidiano, 22. IV. 2018

Da ragazzo Proust provava ogni tipo di insicurezza. Sociale, perché il padre era un medico della media borghesia e nulla più, e la madre era ebrea. Personale, per via dell’insicurezza sociale e per esser un omosessuale che se ne vergognava, in un ambiente che l’obbligava a vergognarsene. S’innamorava degli amici e dei compagni di scuola. Nell’amicizia pretendeva una dedizione esclusiva che non si dà nemmeno nell’eros. La sua generosità metteva capo a invadenza e indiscrezione. Venerava fino all’adorazione un ambiente che tendeva a escluderlo e di lui si faceva beffe: la nobiltà legittimista, l’aristocrazia economica. In quegli anni  ignorava che quel mondo egli lo stava succhiando con penetrazione e crudeltà per trasfigurarlo nella Recherche. Oggi nessuno legge più le poesie di Robert de Montesquiou, in fondo personaggio ridicolo e vanesio; ma tutti amano la sua grandiosa metamorfosi romanzesca, il barone di Charlus.

   Proust coltivò un’asma di natura psicosomatica che a poco a poco gl’impedì la vita. Costretto alla notte, in una stanza tappezzata di sughero, tra puzzolenti suffumigi: espedienti per venire alla luce messi in atto dalla cattedrale della Ricerca del tempo perduto. Quando il processo ancora non s’è perfezionato irrompe nella sua vita un ragazzo, Jean Cocteau. Intelligentissimo, colto, poeta tecnicamente dotato, onnivoro di novità, ebbro di vita. Alto borghese, veniva ammesso dove Proust era rifiutato. La contessa Laura di Chevigné, una discendente della Laura di Petrarca, gli diceva: “Non mi sporchi il cane con la Sua cipria!”. Già, perché il sedicenne Jean camminava a braccetto con attori effeminati quanto lui. Non si vergognava della sua natura, non se ne vergognò mai, nemmeno quando divenne un accademico, quando Stravinsky mise in musica il suo brutto Oedipus rex per farne una delle sue opere peggiori; ma Satie aveva già scritto sul suo soggetto il delizioso balletto Parade, con quel sipario di Picasso ch’è uno dei capolavori della pittura moderna. Oggi i romanzi e i saggi di Cocteau, dopo lunga eclisse, trovano il giusto apprezzamento.

   Jean incomincia a funger da fratello maggiore di Marcel. Lo conforta, ascolta per interminabili notti la lettura di quello che sarebbe diventato il capolavoro. Lo lancia, lo introduce presso Gallimard. Ma il riconoscimento del romanziere incomincia. Parte della Recherche appare postuma, ma negli ultimi anni, dopo la Grande Guerra, Proust diviene un monumento. È Cocteau, intanto, che viene gradatamente emarginato, senza che la grande letteratura lo riconosca. Proust non alza un dito; in cuor suo ne gode. Cocteau morirà nel 1963 dopo aver speso una vita di generosità, altruismo, simpatia; ma amareggiato e, alla fine, incredulo del rango occupato dall’amico di un tempo. Tutta questa vicenda è narrata in un piccolo libro di Claude Arnaud, al quale dobbiamo gratitudine per il bellissimo ritratto biografico e letterario di Cocteau pubblicato nel 2003: Proust contro Cocteau, del 2013, apparso qualche mese fa per la Archinto (pp. 224, euro 25). Piccolo libro, quando a dimensioni; grande per la profondità. Arnaud possiede due doni divini, la sintesi e la grazia. La sua narrazione è un’epitome e si condensa in sentenze, nello stile dei grandi moralisti francesi, Montaigne, La Bruyère. Leggendo il libro ho annotato una serie di tali sentenze che mi piacerebbe citare: quando sono andato a farne la somma, mi sono accorto ch’essa lo comprende quasi per intero.  Onde posso solo dire: leggetelo, ne avrete un rarissimo diletto.

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