Il Fatto Quotidiano, 17. X. 2020

   Alberto Anile, di nascita catanese, è uno dei migliori storici del cinema che vi siano. Accede con grande pazienza alle fonti, che sono archivî, archivî privati che per lui si aprono, epistolarî editi e inediti, ricordi confidatigli da vivi o defunti. Cultura e memoria gli sono concesse in modo non consueto. È Autore, tra l’altro, di due libri su Totò (1998 e 2017), che mi sono stati utilissimi e mi hanno donato gioia, vista la mia adorazione per il Sommo: sebbene ogni tanto i nostri giudizî non collimino. Adesso, per il centenario della nascita di Alberto Sordi, ne pubblica uno su Albertone: Alberto Sordi, Centro Sperimentale di Cinematografia, Edizioni Sabinae, pp. 303, euro 30. Edizione di lusso, in carta patinata, con un imponente apparato iconografico. E c’è da credere che tale volume Anile da lunga pezza preparasse, vista la profondità e l’acribia dei riferimenti storici; e non solo, perché il libro non è una semplice biografia, ma contiene un discorso estetico e sociale profondo e complesso.

   Gli inizî di Sordi! Naturalmente, furono teatrali, come quelli di Totò, sebbene Alberto provenisse dalla successiva generazione. Come i suoi, furono segnati dalla più nera fame. “Un cappuccino e una brioche, ecco il nostro sostentamento quotidiano.” Tali inizî sono rievocati in Polvere di stelle, un film meraviglioso ancorché girato sotto la stessa regia di Albertone. E qui si apre un discorso ove Anile funge da medico severo. La diffidenza di carattere lo portò, a un certo punto, a voler liberarsi dai registi: e sì che ne aveva avuti di grandissimi. I films suoi girati sotto la sua direzione, specie quelli dell’ultimo periodo, sono mediocri insieme e velleitarî. Non s’immagina con quanto dolore ciò debba ammettersi, specie da parte degli ammiratori di un vero e proprio genio quale egli è.

   La parte sugli esordî e poi le prime affermazioni dimostra non solo la difficoltà che anche un talento palese, si dovrebbe dire, agli occhi di tutti, incontra; contiene una parte assai spassosa sugli scherzi, sovente pesantissimi, ch’egli infliggeva ad amici e sconosciuti. Diciamo che cominciarono a prenderlo in considerazione con I Vitelloni: e, si faccia caso, in un ruolo terribilmente tragico, non in quello del vero o fittizio cordialone. Gli scherzi, a loro volta, testimoniano di un lato, dirò così, sadico, della sua personalità: il quale, combinandosi con la sua diffidenza e la sua pretesa avarizia, ha portato i più a credere che l’uomo Sordi non differisse dalla gran parte dei suoi personaggi.

   Incominciamo col dire che la sua avarizia era una odiosa leggenda: praticava la carità ampiamente, ma in forma anonima. Il discorso intorno al suo essere o meno come i suoi personaggi, molto discorde, è quello più complesso affrontato da Alberto Anile. Un’analisi sociologica dell’Italia del dopoguerra, e anche degli Anni Sessanta e Settanta, porta il nostro Autore a concludere che Sordi si fabbricasse un personaggio su misura per un pubblico piccolo-borghese in ascesa, o ch’era ossessionato dal terrore di discender dal grado sociale al quale era pervenuto. Un catalizzatore d’un non nobile sentimento collettivo, Alberto.

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