. Il Fatto Quotidiano, 24. X. 2020.

Trent’anni fa, il 27 ottobre 1990, ci ha lasciati Ugo Tognazzi. E ci ha lasciati male. Era piombato nel baratro del “male oscuro”, quella depressione alla quale non c’è rimedio e alla quale, sovente, non c’è causa. Più facile curarla quando alla radice c’è un motivo esistenziale; ma quando, come ormai s’è capito, è una malattia di per sé, è

un castigo di Dio. Dalla vita aveva avuto tutto. Il suo ego sessualmente ipertrofico s’era soddisfatto. Era meritamente riconosciuto come uno dei nostri grandi; e glien’erano venuti guadagni corrispondenti. Aveva soddisfatto la passione per la cucina, la sua più grande. Era rimasto fedelissimo, e ricambiato, alla sua Cremona, benché abitasse presso Roma. Dopo la generazione di Totò e Peppino, che li precedeva, e dopo quella di Sordi, che ancora aveva precorso i loro passi, faceva parte di un gruppo che allora chiamavano “i bravi attori della commedia all’italiana”. Se ora li enumeriamo ci pare d’aver da fare con un trio di giganti: e dove li troveremo più? Gassman, Manfredi, Tognazzi: in fondo potremmo persino dire un quartetto, se si pensa che Tognazzi era del 1922 e Sordi solo del 1920.

   Aveva incominciato anche lui con la rivista, addirittura con Wanda Osiris. Ma non gli andò bene. Il primo film al quale partecipò è I cadetti di Guascogna, del 1950, in mano a un regista disprezzato generalmente e che a me pare un genio, Mario Mattoli. Poi il grandissimo successo televisivo con la trasmissione Un due tre, in coppia con Raimondo Vianello; che dal 1954 al 1959 attirava tutti gli italiani. Ma andò male, fu interrotta e proibita d’improvviso per aver “ecceduto nella satira politica.”

   Ci fu la valanga di films. Come gli altri del trio (o quartetto), Tognazzi non fu un attore esclusivamente comico. Certo, c’è il conte Mascetti, della serie Amici miei di Monicelli, il quale fa ridere partendo dalle tragedie della miseria e, poi, della malattia. Vogliamo i colonnelli (1973), di Monicelli, ti fa addirittura scompisciare per la dipintura d’ambiente e il suo generale tono grottesco: ma è la storia di un gruppo di poveri disgraziati, falliti, residuati, i quali sostituiscono alla vita un sogno, appunto, grottesco, che per la pena ti lascia l’amaro in bocca. Il registro grottesco è pure quello di Splendori e miserie di Madame Royale (1980), di Vittorio Caprioli: ma alla fine è la storia d’uno sventurato omosessuale, del tutto solo, che muore assassinato perché un cinico commissario di polizia l’ha ridotto a confidente, non l’ha “coperto” e l’ha abbandonato al suo destino. La marcia su Roma (1962), di Risi, è la storia di due miserabili braccianti che, nella loro miseria, s’illudono nel Fascismo, fanno la Marcia su Roma e si ritrovano più poveri di prima. Si ride, ma amaramente.  A ancor più ne Il federale (1961), di Luciano Salce. Ne Nell’anno del Signore (1969), di Luigi Magni, egli recita il ruolo di uno spietato cardinale di fine Settecento che senza freni mette mano alla ghigliottina.

   Poi c’è un Tognazzi assai più grottesco, che vediamo ne I mostri (1963), di Risi, e I nuovi mostri (1977), di Monicelli, Risi e Scola. E c’è un Tognazzi sottile, il quale non è perseguitato né persecutore ma ambo le cose: La bambolona (1968), di Franco Giraldi, nel quale vediamo un gran borghese, uomo di successo, che cade nella trappola d’una famiglia dell’infima borghesia e ci lascia le penne: sono turpi da ambo le parti; solo ch’essi sono così abietti ch’egli, di fronte a quel che per lui è l’ignoto assoluto, resta inerme.

   Quanti altri esempi potrei fare della sua cangevole personalità. Ci resta da dire che, come tutti i veri grandi, Ugo è stato un attore e basta, senza che noi si tenga conto di categorie e sottospecie.

www.paoloisotta.it